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Software Libero e Open Source. Approcci differenti, garanzie differenti e costi

Dopo alcuni … anni… ho riaperto il mio blog per una riflessione riguardo ad un tema che da un po rappresenta anche la mia principale occupazione.

Faccio una premessa. La mia prima connessione Internet risale, credo, al 1992, quando McLink la offrì ai suoi abbonati. All’epoca, almeno in italia, ancora non si parlava apertamente e diffusamente di Software Libero (tanto meno di Open Source, definizione che verrà alla fine degli anni 90), sebbene la Free Software Foundation fosse stata fondata nel 1985 da Richard Stallman.

Tutti i contributi software, a mia memoria, erano pressocché confinati all’utilizzo individuale, spesso all’interno di una community più o meno competente e guidati dalla passione per la tecnologia e l’informatica.

Non mi dilungherò molto, ma la diffusione in ambito universitario e, poi, individuale di Linux ha trasportato quello che era un ambito di nicchia e relegato ad una community, ad un livello di interesse anche per le grandi aziende (principalente per la possibilità di riduzione di costi legati all’adozione di sistemi UNIX proprietari presenti in quel periodo: HP-UX, Xenix, SCO, AIX, Solaris, ecc…).

Richard Stallman, dal canto suo, ebbe la grande intuizione di trasformare il modello di business dalla “licenza di utilizzo del software” verso un modello che remìunera i servizi accessori all’adozione di software libero (Cygnus, una società di consulenza fondata da Stallman, utilizzava proprio questo modello di business).

A supporto di ciò, sviluppò un modello di licenza del software che tutelasse l’utilizzatore finale (GNU GPL) pur garantendo la possibilità di richiedere compensi legati ai costi di distribuzione del software libero.

Come molto meglio indicato qui, infatti, il software libero è caratterizzato da 4 principi “etici” tutti legati al concetto di libertà per l’utente finale:

  1. Libertà di usare il programma senza impedimenti;
  2. Libertà di aiutare sé stesso studiando il codice disponibile e modificandolo in base alle proprie esigenze;
  3. Libertà di aiutare il tuo vicino, cioè la possibilità di distribuire copie del software rielaborato, rendendolo così accessibile a tutti;
  4. Libertà di pubblicare una versione modificata del software;

Le libertà  sono spesso trasformate in “gratuità” del software, in una semplificazione che porta anche gli addetti ai lavori a tenere posizioni a volte poco conciliabili. Ed è proprio da una discussione che ho avuto su twitter qualche giorno fa con L’AssessorA Flavia Marzano ed altri addetti ai lavori che nasce questo post.

Secondo il mio (ma non solo mio) pensiero, infatti, queste 4 libertà implicano alcune conseguenze (solo parzialmente rese esplicite dal modello di Stallman) che rappresentano anche i limiti del Software Libero:

  1. Non vi è un “diritto” o riconoscimento nei riguardi di chi ha prodotto il software. Il software è un artefatto “corale” in cui pregi e responsabilità sono diffuse. Nessuno, quindi potrà mai porsi a garanzia verso l’utilizzatore finale se non l’utilizzatore stesso. Anzi, chiunque contribuisca o utilizzi il software libero deve garantire le medesime libertà.
  2. Obbligo, non dichiarato, di adottare un modello che impone la gratuità del software in quanto ogni altra forma ridurrebbe/eliminerebbe una o più delle 4 libertà suddette (situazione mitigata dalla possibilità di chiedere compensi per la disribuzione del software, anche modificato).
  3. Tutela dell’utilizzatore. Nulla viene detto nei confronti dei rischi che l’end user corre nell’adozione del software libero (e questo punto diventa cruciale nell’adozione all’interno di organizzazioni Enterprise in cui, invece, le responsabilità sono ben individuabili), soprattutto nei confronti dello stesso software libero che si adotta.

Nei riguardi del punto 2, ad oggi, non ho avuto alcuna indicazione di software libero NON gratuito. Tutti coloro che mi hanno contestato questo fanno riferimento alla possibilità di chiedere compensi per la distribuzione del software. Lo stesso Stallman non parla di gratuità ma di problema nella interpretazione del termine inglese “free software” come “possibilità di disporre del codice a costo 0”. Se rimaniamo in questi termini allora è vero, il software libero non necessariamente è disponibile a costo 0 ma il costo non è legato in alcun modo al software ma alla mia individuale possibilità di accedere allo stesso (distribuzione), ma è come dire che una automobile è a pagamento solo perché faccio pagare la spedizione della stessa al concessionario.

Se poi vogliamo fare un minimo di filosofia, il software in se rappresenta il risultato di competenze umane (esperienza, intuizione, innovazione, conoscenza del problema, dell’ambito tecnologico, ecc..) che sono il vero valore e, quindi, sono quelle che andrebbero riconosciute e remunerate (una parafrasi scherzosa è raccontata qui). Ma la posizione di principio del Software Libero non tiene conto di tutto ciò in quanto il suo unico obiettivo è l’utente finale e le sue 4 libertà (ma aprendo vorgini pratiche in termini di responsabilità oggettive legate all’adozione del software).

Faccio un esempio che forse caratterizzerà il nostro prossimo futuro. Le auto a guida autonoma. Nel caso di incidente che coinvolga una automobile a guida autonoma, quanti sono i soggetti responsabili? il proprietario dell’auto? il costruttore dell’auto? l’azienda che produce il software di guida? il pedone che è finito sotto l’auto?

Il software libero non da risposte a queste domande e non consente a nessuno dei soggetti indicati di definire un perimetro di proprie responsabilità.

Per colmare questo gap, non solo formale ma anche sostanziale (si pensi ad esempio alla continua necessità di aggiornamenti per la sicurezza che in una Enterprise debbono essere necessariamente regolati da SLA ben precisi), verso la fine degli anni 90, si afferma un modello diverso, pur sempre fondato sulla componente essenziale del software libero: la partecipazione diffusa alla scrittura e alla evoluzione del software: il concetto di Open Source.

A differenza del Software Libero, l’open source ha un approccio più utilitarista ma molto più efficace nei confronti dell’adozione da parte di organizzazioni di tipo Enterprise (una etica corretta può e deve svilupparsi all’interno di un contesto di profitto, andando incontro ad esigenze di mercato), pur mantenendo i principi del software libero ma tutelando maggiormente l’utente finale e chi si occupa di garantire questi nei confronti del software adottato.

Il decalogo su cui si basa il modello Open Source è il seguente:

  1. Libertà di redistribuzione;
  2. Libertà di consultare il codice sorgente;
  3. Necessità di approvazione per i prodotti derivati;
  4. Integrità del codice sorgente dell’autore;
  5. Nessuna discriminazione verso singoli o gruppi di persone;
  6. Nessuna discriminazione verso i settori di applicazione
  7. La licenza deve essere distribuibile;
  8. La licenza non può essere specifica per un prodotto;
  9. La licenza non può contaminare altri software;
  10. La licenza deve essere tecnologicamente neutrale;

I primi 2 punti sono molto simili ai principi del Software Libero mentre gli ultimi 4 si contrappongono in modo abbastanza netto a quanto, invece, indicato dalle varie versioni della licenza GPL (e, in parte mitigate dalla LGPL).

Non essendo io un legale e non volendo dilungarmi molto nel merito, non mi soffermerò su questi aspetti se non per quanto concerne gli aspetti di “contagiosità” che, per molto tempo, avevano frenato grandi organizzazioni ad aderire al modello di condivisione del codice.

Tale approccio, infatti, non tutelava in alcun modo gli autori e, indirettamente, non garantiva l’utente finale.

Una delle differenze sostanziali rispetto alla filosofia del Software Libero è data dai punti 3 e 4. Grazie alla loro presenza, infatti, è possibile definire un modello di business in cui un soggetto si pone come garante nei confronti del software che va a garantire verso gli utenti finali. Attenzione, tali punti non sono solo una tutela dei soggetti terzi, ma permettono agli utenti finali di avere ben definito il perimetro delle responsabilità e dei ruoli (e quindi il rischio e i costi).

Grazie a questo modello, alla fine degli anni 90 sono nate aziende (Suse, Canonical, Red Hat, solo per fare alcuni esempi) che hanno permesso da un lato l’adozione di software Open Source anche alle organizzazioni di livello Enterprise.

A differenza del software libero, però, il modello Open Source ha garantito che alle competenze e l’approccio enterprise alla distribuzione del software, fosse possibile affiancare quello delle responsabilità e il supporto in tempi certi e contrattualmente sostenibili.

In altre parole ha permesso di definire un perimetro di responsabilità intorno al software entro cui qualcuno (l’utente finale? il dipartimento IT? un soggetto esterno?) ha potuto inserirsi, farsi carico di responsabilità e, grazie alle proprie competenze, supportare il cliente finale ottenendo un profitto da queste sue attività. Con il software libero solo l’utente finale può farsi carico di tutto questo onere.

Ma dirò di più, il modello open source, a differenza di quello del Software Libero, premette di rimanere all’interno delle “libertà essenziali” dell’utente finale, senza danneggire quelle del contributore (cosa completamente assente nella filosofia Free Software) permettendo anche situazioni in cui il software sia a pagamento pur rilasciandone tutti i sorgenti sotto licenza open source.

In definitiva, pur semplificando, è vero che Free Sfotware implica gratuità dello stesso. E’ altrettanto vero che gran parte del software rilasciato con il modello Open Source risulta gratutio ma, rispetto al primo, è molto più netto il confine tra ciò che è a disposizione di tutti e ciò che può esserlo (le competenze, la garanzia, gli sla legati al software) remunerando correttamente le competenze e la struttura (tecnica, legale, ecc..) che permette tutto ciò.

Confondere i due concetti è deleterio perché il primo (basato più su temi etici che pratici) si impone su tutto e rende di fatto impossibile un modello di software trasparente (intendendo con questo la possibilità per chiunque di verificare effettivamente come funziona) ma non gratuito e con responsabilità individuabili con chiarezza e contrattualizzabili.

In pratica Free Software deve necessariamente essere gratis per non andare contro i suoi principi, mentre l’Open Source supera questo limite.

E’ pur vero che senza il primo l’altro probabilmente non ci sarebbe. E’ anche innegabile come entrambi, se confrontati con i modelli proprietari, garantiscono che il software prodotto si comporti secondo quanto dichiarato e permettano lo sviluppo di business all’interno dei servizi accessori e l’utilizzo di competenze diffuse (community) che incrementano enormemente il valore ntrinseco delle soluzioni software sviluppate con uno dei due modelli.

Deve essere però molto attento chi, nella valutazione dei costi complessivi, dovrà definire cosa sia preferibile internalizzare (in termini di competenze e responsabilità) piuttosto che affidare ad un soggetto terzo e regolato da ambiti contrattuali.

In altre parole la filosofia Free Software impone il solo paradigma “BUILD”, il modello Open Source permette anche quello “BUY”.

Una organizzazione di tipo Enterprise, nel decidere verso quale modello tendere, non si fermi a questioni di principio (etiche), ma rimanga all’interno di un perimetro di concretezza: ho le competenze tecniche per diventare “owner” della soluzione? posso disegnarla e evolverla autonomamente? posso rispondere in modo efficace nei riguardi di un rischio collegato all’adozione di software libero (ad esempio nella produzione di patches di sicurezza)? posso garantire gli stessi SLA che mi garantirebbe un soggetto terzo?

In un IT moderno non tutte queste domande possono avere una risposta affermativa, soprattutto in quelle in cui l’IT è una funzione strumentale e non un valore di business.

In ultimo, e magari sarà oggetto di un mio futuro post, chi guida e chi è capace di influenzare gli sviluppi software in un modello di Software Proprietario è abbasatanza chiaro: l’opportunità di business dell’azienda che produce il software. Ma chi, invece, guida nel modello Software Libero e Open Source? E, soprattutto, secondo quali regole?

Link

Auto che volano? Forse meglio aerei che cammminano

Nel mio immaginare l’evoluzione tecnologica come un insieme di mutazioni e fusioni ecco una di quelle più attese (chi si ricorda la serie dei Robinsons da noi chiamata i Pronipoti?)

Ecco un video di un mezzo che probabilmente sarà commercializzato entro la fine dell’anno.

Skype Disguise to Beat Government Censors – Tech Europe – WSJ

Does Tor will survive to government censors? – Skype Disguise to Beat Government Censors – Tech Europe – WSJ.

L’ignoranza è un bene

E’ un po che non scrivo, quindi faccio una breve introduzione al post. Mi considero un early adopter per molte cose e soprattutto quelle tecnologiche. Avendo tre figli maschi trovare scuse mi riesce abbastanza facile.

Qualche giorno fa ho letto un tweet di un mio amico che in preda al dubbio chiedeva se acquistare un ipad 3 (o  hd o come si chiama adesso) o un Asus Transformer Prime. Da li è nato un piccolo tormentone che è infine scaturito nell’impegno di scrivere un post per spiegare il mio punto di vista, ed eccomi quà a mantenere la promessa.

Sono un convinto sostenitore della convergenza di funzioni tecnologiche dentro un singolo oggetto e credo che il telefono (o una sua mutazione evolutiva) sia il candidato più adatto a questo scopo. Dobbiamo solo superare il problema di come presentare le informazioni (non uso volutamente la parola display o schermo perché connotano un dispositivo mentre voglio concentrarmi sulla funzione). Update: forse la mutazione sta già avvenendo qui

Fino a qualche tempo fa i dispositivi avevano sempre un utilizzo primario: il PC, il telefono, la tv, la macchina fotografica, la console, il tosaerba. Nel loro percorso evolutivo “imparavano” altre cose, il telefono imparava a comportarsi da macchina fotografica e poi un po da pc, il pc imparava a telefonare, la console imparava a fare la tv e la Tv imparava a fare un po tutto e il tosaerba… no quello faceva solo il tosaerba.

Da qualche anno sono entrati nella mia (nella nostra) vita alcuni dispositivi touch particolari: i tablet.

Nella mia famiglia ne abbiamo avuti un po di tutte le salse (come d’altronde telefoni, pc, console per videogiochi, televisori 2d, 3d, 4d connessi a tutto.. pure all’impianto fognario). In particolare un ipad, un ipad2, un tablet android “cinese” e anche un Adam con il display pixelQI (http://www.notionink.com). Ma a parte fatture differenti (più o meno curate), prestazioni più o meno soddisfacenti, resta una incommensurabile differenza tra un tablet e qualunque altro elettrodomestico, ovvero, la sua funzione primordiale:

I tablet NON ne hanno una!!

Questo mi destabilizza. Perché rende difficile collocare l’oggetto dentro una scatola ben definita. So che questo rappresenta anche una potenzialità ma è estremamente complicato renderla caratteristica.

E questo rende molto difficile rispondere alla domanda: ma è meglio questo o quest’altro? Perché è difficile anche rispondere con un:

“dipende da quello che ci devi fare!”

E si, potrei fre elenchi lunghissimi di cose che possono essere fatte con un tablet ma nessuna sarebbe fatta apposta per lui e nessuna rappresenterebbe la funzione primordiale: Come personal device generica è troppo grande, come Rimpiazzo di un pc è troppo scarna, come periferica per la lettura? Sicuramente troppo cara, troppo pesante e spesso poco funzionale (adam a parte).

Un utilizzo che faccio di frequente è quello di oggetto per la consultazione e l’approfondimento, spesso di temi molto vicini al gossip, durante le visioni serali della TV e di solito per rispondere a domande tipo: ma quanto è bassa Natalie Portman? oppure Quanti anni avrà Pippo Baudo?

A parte le battute, l’utilizzo come device per la ricerca rapida da salotto (o da letto), è forse l’aspetto che lo caratterizza maggiormente. Ho amici piloti che lo utilizzano per conservare la documentazione di volo, altri che lo utilizzaranno nel promuovere piani finanziari, ecc…

Però da tutti questi punti di vista avere un ipad, un ipad2 o l’ultimo ipad3 non cambia molto la cosa.

I tablet devono quindi conquistarsi un ruolo principale e lo stanno facendo tentando i scalzare il posto a qualcun altro. Candidati possibili? tutti quelli che ho citato all’inizio (magari tranne il tosaerba) e, secondo me, quelli che dovrebbero tremare sono le console e la tv (non intesa come oggetto ma come veicolo di contenuti). Un chiaro indizio è dato dai miei tre figli che pur disponendo di ben 2 ps3, una wii e nintendo vari appena vedono l’ipad se lo contendono energicamente.

Sul fronte Android, poi, stiamo messi molto peggio vista la enorme frammentazione che Google ha consentito (o non evitato?) sia in termini di esperienza utente che di caratteristiche, relegando un po i tablet Android al rango di periferiche per smanettoni (non a caso solo noi tecnodipendenti ci chiediamo quanto cacchio andrà veloce il Tegra 3 o l’A5X o se il prossimo iphone avrà l’A6 quad core mentre ai milioni di acquirenti di iphone4s o ipad non frega assolutamente nulla di questo ma vogliono sapere se la nuova app iphoto permette questo o quell’altro effetto, se Siri Parla Italiano o se è possibile vederci i film acquistati).

In altri termini, al mondo frega del Marketing, della superficie, ed è disposta a rendersi ignorante nei riguardi del resto (chi, come me conosce la storia di OS/2 potrà capire).

Quindi è il marketing sfrenato che rende una cosa necessaria.

Ad esempio, avere inserito in ipad il concetto di Retina display (concetto inventato ad arte dal marketing Apple da cui Google deve ancora imparare moltissimo) potrebbe fare la differenza. E questo non per il display in se (così non solo perché Apple ha reinventato la videochat-videchiamata e l’ha battezzata – brevettata- facetime) ma per una cosa moltro più semplice da dire ma complicatissima da perseguire: Apple ha una strategia, un modello di business che vede un solo ecosistema. Lei Stessa.  E le periferiche sono solo un mezzo per veicolare la sua strategia. L’ipod prima, l’iphone dopo, l’ipad adesso e la appleTV tra poco.

Google non riesce a fare quello che fa Apple per via dei suoi stessi partner che vogliono la frammentazione (che chiamano personalizzazione) e rischia quello che ha rischiato Microsoft e che ancora sta rischiando: l’anonimato.

Quindi meglio tegra 3 che corre una cifra ha 4+1 core in modo che quando sfoglio i desktop sono superultraveloce oppure una strategia?

Alla fine basta cedere al lato oscuro della forza… convincersi che anche se un dispositivo apple non sarà mai completamente nostro (e questo è irritante) il mondo che offre è accattivante e chiaro. Basta non farsi troppe domande, rimanendo ignoranti.

Parafrasando un film bellissimo: L’ignoranza è un bene. (http://www.youtube.com/watch?v=BoHFS9ndVig)

G.

Telecom Italia, ADSL e Linea Telefonica

Vivo a Roma ed è ovvio immaginare che, essendo una grande città, quasi tutti i servizi (telefonia, adsl, ecc..) siano disponibili. Purtroppo, nella realtà, non è così.

In questo post Vi racconto le mie disavventure con mamma Telecom.

Nell’ormai lontano 2002 mi sono trasferito in una zona residenziale alla periferia della città e ho chiesto il trasloco della linea ISDN. Dopo un mese di attesa (e svariate telefonate al 187) ho per caso incontrato un tecnico Sirti il quale mi ha chiaramente detto che per problemi di centrale non era possibile traslocare la linea digitale nella mia zona (ma allora perché il call center non me lo ha fatto notare??). Ho chiamato nuovamente il 187 richiedendo la trasformazione dell’utenza e dopo 3 giorni ho avuto la linea PSTN installata.

Successivamente, per questioni professionali, ho richiesto l’attivazione di una linea ADSL ottenendo sempre la stessa risposta: “Ci dispiace ma il servizio non è disponibile nella sua zona”. Mi sono rivolto a Wind, Fastweb e nessuno è stato in grado di fornirmi questo servizio (Wind ha addirittura avviato la procedura di attivazione di una nuova linea telefonica assicurandomi che, in questo modo, l’attivazione della linea ADSL sarebbe stata automatica… non vi dico il risultato).

La cosa frustrante è che spostandosi di 350 metri (la via parallela a quella in cui abito) il servizio è disponibile.

Per 5 anni ho quindi convissuto con l’impossibilità di attivare un qualunque tipo di linea ADSL , fino ad una settimana fà…..

Ero in ufficio e squilla il cellulare, è la Telecom che mi informa della disponibilità di 4 numeri a cui attivare la linea ADSL (??!!??). Richiedo subito l’attivazione di alice flat 2MBit (l’unica disponibile) con router in comodato d’uso.

Dopo alcuni giorni arriva il router e predispongo l’impianto di casa al fine di flitrare adeguatamente le prese su cui sono attestati i telefoni (applicando i famigerati filtri adsl ad ogni presa). Il router non aggancia (ma è normale, a livello di rete il servizio non è ancora attivo, come sottolineatomi dall’operatore 187) ma i telefoni funzionano tutti.

Ieri, mentre ero al telefono di casa, cade la linea e da quel momento è tutto muto.

Sono andato a controllare il router… si era connesso. Completo la registrazione e comincio a navigare… Però la linea telefonica rimane muta.

Allora provo a isolare il modem staccandolo dalla linea.. niente. Stacco tutti i telefoni tranne il Sirio.. niente tutto muto. Provo con altri tre telefoni.. tutto tace. Il bello è che se chiamo casa sembra che il telefono squilli ma in realtà a casa non squilla nulla e se alzo la cornetta dall’altra parte continua a squillare.

Non vi dico l’ira di parenti e amici che sistematicamente mi chiedono: ma perché non rispondi più al telefono? Che ti ho fatto?

Ho immediatamente chiamato il 187 aprendo un guasto alla linea…. dovrò aspettare tre giorni prima di poter effettuare un nuovo sollecito, sperando che non sia necessario.

Quindi la mia epopea non è terminata. Adesso ho la linea ADSL ma non telefono e non ricevo telefonate.

In buona sostanza ho la disponibilità di un servizio “accessorio” (ADSL) al costo di non disporre più di un servizio “primario” (la linea telefonica). Questo la dice lunga sull’efficienza dei sistemi di provisioning adottati da Telecom Italia.

Tariffe Dati Mobili

Dovendo acquistare un abbonamento business per la connessione mobile internet, ho fatto ungiro sui siti dei provider nazionali (Vodafone, TIM, Wind e TRE) per scegliere quello piàù conveniente rispetto alle necessità aziendali.

Mi sono accorto che, tanto per cambiare, le offerte sono difficilmente confrontabili se non dopo un attento studio dei costi fissi, i volumi garantiti, i costi oltre soglia, quelli di setup, la presenza o meno in comodato della scheda pc card o del modem e quant’altro.

Su suggerimento di Nicola Mattina ho anche individuato un operatore (credo di livello 2 o 3, quindi privo di rete propria) che offre una soluzione interessante.

Mi sono armato di foglio excel e ho fatto dapprima una tabella riassuntiva delle offerte di maggiore interesse per me.

Tariffe dati operatori mobili
Operatore Tier Nome Offerta Caratteristiche Costi fissi Costi variabili
TIM T1 Alice Mobile Full 12000MB/Mese 50€/mese 1€/MB oltre i 12000
TRE T1 B.on 5GB/Settimana 19€/mese 2€/MB se in copertura GPRS 0,60€/Mb per traffico oltre i 5GB in copertura 3
Vodafone T1 Broadband Unlimited 10Gb/mese 60€/mese Traffico UMTS/GPRS entro la soglia, 0,50€/Mb oltre la soglia
Wind T1 LeonardoMega All Inclusive Traffico illimitato GPRS/UMTS 90€/bimestre Nessuno
Clic.it ? MobiFlat Five Week 5GB/Settimana 35€ Attivazione + 17€/mese 0,75€/MB per superamento soglia

I dati sono estratti dai rispettivi siti per le offerte indicate.

Anche qui la situazione però non è chiarissima e quindi ho simulato alcuni scenari di utilizzo riferendomi ai costi indicati in tabella.

Ne è uscito fuori il grafico seguente:

Grafico dei costi dati al variare degli operatori e del traffico giornaliero

Come è possibile vedere per traffico entro i 340MB/giorno sono tutti entro la propria soglia e quindi l’offerta più conveniente sarebbe quella dell’operatore clic (anche se bisogna aggiungere il costo della pc card che deve essere acquistata da loro).
Tre, a fronte di un costo di attivazione di 19 o 99 euro viaggia sugli stessi livelli, offrendo, a mio parere, una maggiore garanzia. Attenti però che qui c’è il trucco. Infatti se non si è in copertura TRE, anche se non si è superata la soglia settimanale si pagano ben 2 € al MB di traffico (che è la somma di quello ricevuto e quello trasmesso).
Questo fa si che in zone con cattiva copertura tre renda l’offerta poco (anzi pochissimo) allettante.
Vodafone e TIM fanno pagare caro lo sforamento della soglia (se si supera il traffico per solo l’1% ci si ritrovano in bolletta dai 52 ai 120€ in più al mese).
Comunque stesso discorso vale per TRE e Click, sebbene tale superamento avvenga ben oltre la soglia imposta da TIM e Vodafone.

Un discorso a parte va fatto per Wind. Sebbene abbia problemi di copertura analoghi a quelli di tre, la sua tariffa (90€/bimestre) è veramente all inclusive anche se il costo è abbastanza elevato.
Quest’ultima soluzione la consiglierei come replacement per coloro che hanno necessità di alti volumi di traffico in assenza di ADSL.
Tutte le soluzioni prevedono velocità massime (teoriche) fino a 3.6Mbit/secondo (circa 380KBytes/secondo) anche se nella realtà tale limite difficilmente si riesce a raggiungere.

A mio parere l’offerta tre è meglio modulata, a patto di stare spesso in copertura TRE. Andrebbe indagato un po il doscorso di clic in termini affidabilità del servizio.

pubcamp

Sabato ho partecipato al mio primo bar camp. Si è svolto in un pub a chieti ed è stata una esperienza tutto sommato positiva.

Come ho avuto modo di commentare in altri blog, il pubcamp è stato piuttosto un pretesto per incontrarsi, anche vista la quantità e qualità degli interventi. Ho apprezzato molto le persone che sono intervenute e in particolare, trullallero trullallà, mi sono divertito ad ascoltare letture sofisticatissime estratte da una pubblicazione di cui non ricordo il nome.

Questa giornata mi ha fatto venire voglia di contribuire per quelle che sono le mie capacità professionali (alcuni direbbero skills riferendosi a me come ad uno skillato) soprattutto per quanto riguarda la diffusione dell’utilizzo di free software o, al limite, di software open source, in ambito aziendale (corporate e enterprise).

Probabilmente in uno dei prossimi post descriverò quelle che sono stae le mie esperienze professionali in merito e, soprattutto, il modo in cui, secondo me, si debba affrontare il discorso in un contesto aziendale.

Ringrazio Nicola Mattina per aver mi portato a conoscenza di una tale realtà alla quale spero di poter contribuire presto.